Il costo della vita? Il consumo automatico ci sta costando più dell’inflazione
- Marco Gasparri
- 3 giorni fa
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Tutti parlano del costo della vita. È diventato ormai il rumore di fondo delle nostre giornate: al bar, in fila alla cassa, nelle chat di famiglia, nei titoli dei giornali. “Non si arriva più a fine mese”, “è tutto aumentato”, “una volta con cento euro riempivi il carrello”. E' tutto vero e sarebbe ridicolo negarlo. Negli ultimi anni molti prodotti alimentari hanno registrato aumenti importanti. Secondo i dati ISTAT e Coldiretti, in alcuni comparti gli aumenti hanno superato addirittura il 20%, con picchi ancora più alti per prodotti quotidiani come olio, pasta, pane e latte.
Questa verità però, da sola, non basta a spiegare quello che sta succedendo davvero. Se ci fermiamo in superficie, infatti, perdiamo un pezzo fondamentale della storia: il marketing. Non il marketing dei guru on line, ma come dico sempre io quello vero che lavora in silenzio mentre fai la spesa. Quello che non ti obbliga, ma ti accompagna lentamente verso una scelta che spesso credi di aver preso da solo.

Il supermercato è uno dei luoghi più sofisticati che esistano: sembra banale, quasi noioso, ma in realtà è un ambiente progettato con una precisione impressionante. Nulla è casuale: luci, colori, percorsi, l’altezza degli scaffali, la posizione dei prodotti, le offerte a fine corsia. Ogni dettaglio è studiato per influenzare il comportamento delle persone. Spingendo il carrello pensiamo di scegliere, ma molto spesso stiamo semplicemente reagendo a qualcosa che conosciamo già. A un marchio visto mille volte, una confezione rassicurante, una parola come “tradizione”, “artigianale”, “naturale”, “come una volta”. Il nostro cervello cerca scorciatoie continue perché siamo stanchi, di fretta, distratti. E il marketing, da anni, costruisce quelle scorciatoie al posto nostro.
Non è un caso se oltre il 70% delle decisioni d’acquisto avviene direttamente davanti allo scaffale e in pochi secondi. E' davanti al prodotto che si gioca la partita vera e dove il marketing vince. C’è poi un dato ancora più interessante e, forse, più inquietante: secondo molte ricerche sui consumi, gli acquisti impulsivi possono arrivare anche al 30-40% di un carrello medio. Insomma una parte enorme di quello che compriamo non era stata pianificata e non ci serviva davvero.
Questo cambia completamente il modo di guardare al tema del costo della vita, perché non stiamo pagando soltanto l’aumento delle materie prime o dell’energia, ma stiamo pagando anche anni di "consumo automatico". Negli ultimi vent’anni il marketing ha fatto un lavoro straordinario spostando il valore dal prodotto alla narrazione del prodotto. Non compriamo più soltanto qualcosa che serve, ma compriamo ciò che quel prodotto racconta di noi. Ecco perché sono esplosi i prodotti “premium”, “healthy”, “bio”, “artigianali”, “esperienziali”. Il mercato ha capito che oggi le persone non cercano solo utilità, ma rassicurazione, identità e appartenenza.
In pratica, paghiamo sempre meno la sostanza e sempre più il contesto costruito attorno alla sostanza.
Che sia chiaro: non è una truffa, ma è il funzionamento normale del mercato moderno. Le aziende investono miliardi nel brand proprio perché sanno che un consumatore sotto pressione tende a scegliere ciò che riconosce. Il problema è che quando il potere d’acquisto si riduce, quel meccanismo diventa improvvisamente molto più visibile: alla fine, davanti alla cassa, non stai pagando solo il prodotto, ma stai pagando la pubblicità, il packaging, il posizionamento sullo scaffale, la riconoscibilità del marchio, la promessa emotiva che quel prodotto ti ha fatto.
Forse il problema non è soltanto che la vita costa di più, ma è che abbiamo smesso di capire davvero quanto valgono le cose. Abbiamo perso l’abitudine a confrontare, a leggere, a dubitare. Abbiamo delegato le nostre scelte alla familiarità, alla velocità, alla percezione. Perché è decisamente più semplice, perché siamo saturi di informazioni e perché non abbiamo tempo.
E così compriamo in automatico, ma quell’automatismo, oggi, costa moltissimo. Il marketing funziona così: non ti prende per mano e ti obbliga. Sarebbe troppo evidente. Il marketing ti abitua piano piano. Ti costruisce lentamente un comportamento. Ti semplifica la scelta fino al punto in cui smetti persino di chiederti perché stai scegliendo proprio quella cosa.
Poi guardi lo scontrino e dici che è tutto aumentato. Forse è vero, ma la domanda da farsi è anche un’altra: quanta parte di quello che spendiamo ogni giorno nasce davvero da un bisogno e quanta invece da anni di desideri costruiti attorno a noi? Il costo della vita? Il consumo automatico ci sta costando più dell’inflazione.
Questa è la parte che nessuno racconta mai, perché è molto più facile dare la colpa ai prezzi che ammettere che, forse, abbiamo smesso da tempo di scegliere davvero.



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