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ChatGPT e salute: sempre più italiani usano l’AI al posto del medico

Per anni abbiamo immaginato il futuro della sanità come qualcosa di fantascientifico: robot nei corridoi degli ospedali, diagnosi fatte da macchine intelligenti, medici sostituiti da schermi e algoritmi capaci di capire tutto di noi in pochi secondi. Ci aspettavamo una rivoluzione spettacolare, quasi hollywoodiana e invece il cambiamento sta arrivando nel modo più silenzioso e banale possibile: milioni di persone, ogni giorno, stanno già chiedendo consigli medici a un chatbot.


Secondo l’Osservatorio Sanità Digitale del Politecnico di Milano, infatti, un italiano su tre utilizza strumenti di Intelligenza Artificiale per cercare informazioni sulla salute. Chiede spiegazioni sui sintomi, interpreta esami del sangue, prova a capire una diagnosi, cerca rassicurazioni su una terapia o semplicemente tenta di tradurre quel “medichese” che spesso rende incomprensibili persino i referti più semplici. Il dato più impressionante non è solo il numero in sé, ma la velocità con cui sta crescendo. Fino a un anno fa gli utenti erano poco più del 10%. Oggi siamo al 36% e tra i giovani si supera il 55%. Questo significa che l’AI in sanità non è più una curiosità per appassionati di tecnologia, ma è già un’abitudine quotidiana.


ChatGPT e salute: sempre più italiani usano l’AI al posto del medico

Questa rivoluzione non la stanno guidando le istituzioni, i ministeri o le aziende sanitarie, ma i cittadini. È il mercato che, ancora una volta, sta andando molto più veloce della politica e delle strutture tradizionali.


Dal punto di vista del marketing il fenomeno è enorme, perché racconta che spesso le persone non scelgono lo strumento teoricamente migliore, ma scelgono quello più semplice, più rapido e più accessibile. Quando una persona apre ChatGPT o un altro assistente AI per chiedere “questo sintomo può essere grave?” non lo fa necessariamente perché pensa che un algoritmo sia più bravo di un medico. Lo fa perché il chatbot risponde subito: non ci sono centralini occupati, non ci sono settimane di attesa, non c’è la sensazione di disturbare, non c’è l’imbarazzo di fare una domanda banale, non c’è un linguaggio incomprensibile pieno di termini tecnici che fanno sentire il paziente ancora più spaesato. L’AI, nel bene e nel male, parla la lingua delle persone.


Insomma il tema non è solo tecnologico, ma diventa profondamente culturale. Per anni il marketing ha insegnato alle aziende che il cliente non compra semplicemente un prodotto, ma compra un’esperienza. Amazon non ha cambiato il commercio perché vendeva oggetti migliori degli altri, ma solo perché era più semplice e veloce acquistarli. Netflix non ha rivoluzionato il mondo dell’intrattenimento perché i film fossero diversi, ma solo perché erano subito disponibili.


La sanità italiana invece, troppo spesso, è ancora costruita proprio sugli attriti: liste d’attesa infinite, portali incomprensibili, referti scritti come documenti notarili, visite da otto minuti, pazienti che si sentono numeri e una burocrazia che in molti casi sembra progettata più per difendere il sistema che per aiutare le persone. In questo contesto arriva l’AI che non è certo perfetta, anzi è ancora piena di limiti e rischi enormi, ma ha una caratteristica devastante: è semplice.


E nella società contemporanea la semplicità vince quasi sempre. Naturalmente sarebbe folle ignorare i pericoli perché l’AI può sbagliare, può creare false rassicurazioni, può generare diagnosi errate. Può alimentare ansie inutili o, al contrario, sottovalutare problemi seri. Esiste il tema gigantesco della privacy, della protezione dei dati sanitari e del rischio che il rapporto umano venga progressivamente sostituito da una relazione fredda e automatizzata.


Attenzione però anche all’errore opposto, quello che l’Italia compie spesso davanti a ogni innovazione: pensare che basti demonizzare una tecnologia per fermarla. Perché la storia recente dimostra esattamente il contrario. Quando una tecnologia riesce a risolvere un problema reale meglio del sistema precedente, le persone iniziano a usarla comunque. È successo con i social network, con l’e-commerce, con lo streaming, con l’home banking, con i pagamenti digitali e persino con il lavoro da remoto. All’inizio sembravano mode, poi sono diventati comportamenti normali e infine indispensabili.


L’Intelligenza Artificiale applicata alla salute sta seguendo esattamente lo stesso percorso.

C’è poi un altro dato che dovrebbe far riflettere moltissimo. Non sono solo i cittadini a usare l’AI, ma anche il 61% dei medici specialisti dichiara di utilizzare strumenti di Intelligenza Artificiale generativa. Questo significa che la rivoluzione non è fuori dal sistema sanitario, ma c'è già dentro in modo silenzioso. Noi continuiamo a pensare che il futuro arrivi attraverso leggi, commissioni, tavoli tecnici e convegni. In realtà il futuro arriva quasi sempre nelle abitudini quotidiane delle persone. Prima qualcosa diventa comodo, poi diventa normale. poi diventa inevitabile. Solo a quel punto le istituzioni iniziano a rincorrere il cambiamento.


La domanda quindi non è se l’AI entrerà nella sanità italiana, ma se il sistema sanitario sarà capace di governare questa trasformazione oppure la subirà passivamente come è già successo in tanti altri settori?


Perché la questione non è tecnologica, ma di fiducia. Quando milioni di persone iniziano a cercare rassicurazioni più facilmente in un algoritmo che in un sistema sanitario tradizionale, il problema non è solo digitale, ma sociale e culturale.

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