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L'iper-protezione ci rende meno competitivi.

Aggiornamento: 12 ore fa

Viviamo nell’epoca dell’iper-protezione. Non ce ne accorgiamo perché è diventata normale: è silenziosa, diffusa, pervasiva. Non la percepiamo come un cambiamento culturale, ma come lo sfondo ormai naturale della nostra vita quotidiana. È importante chiarirlo subito: non stiamo parlando della sicurezza sul lavoro, che resta un pilastro di civiltà e su cui non si farà mai abbastanza. Lì si tratta di prevenire incidenti, di salvare vite, di correggere ingiustizie storiche. Quella sicurezza è progresso puro, senza alcuna ambiguità. Qui parliamo dell’iper-protezione quotidiana: quella che non interviene nelle situazioni estreme, ma nel normale scorrere delle nostre giornate. Quella che non salva necessariamente la vita, ma modifica lentamente il nostro rapporto con la realtà.


Basta osservare una giornata qualunque: saliamo in macchina e accendiamo il navigatore anche per percorsi che conosciamo a memoria. Non perché siamo incapaci, ma perché è più semplice delegare alla tecnologia. Scriviamo un messaggio e il correttore automatico sistema le parole al posto nostro. Le piattaforme selezionano cosa vedremo la sera, suggeriscono cosa comprare, cosa ascoltare, cosa leggere. Le app ci ricordano appuntamenti, scadenze, movimenti. Le auto frenano da sole. I sistemi digitali ci avvisano prima ancora di commettere un errore.


E' il progresso ed è il risultato di decenni di innovazione che hanno ridotto errori, incidenti, inefficienze. Abbiamo costruito un mondo più stabile e più prevedibile riducendo il margine di rischio in quasi ogni ambito della vita quotidiana. Proprio perché questo sistema funziona così bene però, produce un effetto collaterale che raramente analizziamo: l’iper-protezione smette di essere uno strumento e diventa consuetudine.

Non è una modalità che attiviamo solo quando serve, ma è qualcosa dentro cui viviamo sempre.

Quando l’ambiente è costantemente "protetto" e guidato, cambia il modo in cui le persone si formano. Per millenni stare al mondo ha significato interpretarlo di continuo: bisognava leggere segnali, intuire intenzioni, stimare conseguenze, decidere senza istruzioni. L’incertezza non era un’eccezione, era la regola.

Oggi, invece, viviamo in contesti che riducono drasticamente l’esposizione all’imprevedibile. Sempre più spesso non dobbiamo interpretare la realtà, ma dobbiamo semplicemente seguire una guida.

L’iper-protezione contemporanea non è solo materiale, ma è mentale e riduce la necessità di ragionare in autonomia nelle situazioni più disparate. Non ci rende meno intelligenti, ma ci abitua a operare dentro perimetri troppo definiti. Ci muoviamo infatti in sistemi che hanno già previsto gran parte delle variabili e che intervengono prima che l’errore produca conseguenze significative.

Questo ha un impatto generazionale perché ogni generazione cresce in un ambiente più protetto della precedente: i bambini di oggi sono monitorati, guidati, assistiti in modi che solo pochi decenni fa sarebbero stati impensabili. Gli adolescenti vivono in ecosistemi digitali che filtrano e ordinano l’esperienza. Gli adulti lavorano in contesti sempre più regolamentati e procedurali. È un successo della civiltà che però ha un "costo nascosto".

L'iper-protezione ci rende meno competitivi

Quando l’ambiente riduce continuamente l’esposizione all’imprevedibile, si riduce anche la necessità di sviluppare alcune qualità che storicamente hanno garantito competitività e adattamento.

La scaltrezza: la capacità di leggere rapidamente una situazione senza indicazioni esplicite. La resilienza: la capacità di restare lucidi quando il contesto cambia improvvisamente. Lo spirito di adattamento: la capacità di trovare soluzioni quando non esiste una procedura già scritta.

Queste qualità non si apprendono in modo teorico, ma nascono dall’interazione diretta con l’incertezza. Si sviluppano quando non c’è una guida che interviene subito e quando il contesto obbliga a osservare, valutare, decidere.

L’iper-protezione riduce drasticamente queste occasioni e modifica il terreno su cui si formano le persone. Viviamo nell’epoca più sicura e strutturata della storia, eppure percepiamo spesso il mondo come instabile e minaccioso. Non perché i rischi siano aumentati in modo proporzionale, ma perché siamo meno abituati a confrontarci direttamente con l’incertezza.

Quando arriva una crisi economica, una trasformazione tecnologica radicale, un cambiamento geopolitico improvviso, non si tratta solo di affrontare un evento esterno, ma si tratta di confrontarsi con qualcosa che esce dai perimetri abituali. In quel momento emerge la differenza tra chi sa muoversi senza guida e chi è abituato a eseguire dentro un sistema già organizzato.


L’iper-protezione resta una conquista straordinaria perché ha ridotto sofferenze, ha migliorato condizioni di vita, ha ampliato opportunità. Ma proprio perché è così potente plasma il carattere collettivo.

Una società davvero matura non è quella che elimina ogni forma di incertezza, ma quella che, pur proteggendo, continua a coltivare persone capaci di ragionare autonomamente, di interpretare contesti non strutturati, di adattarsi quando le coordinate cambiano.


Il mondo non è completamente prevedibile e non lo sarà mai. Quando l’iper-protezione non riesce più a contenere la complessità, la differenza non la fanno le procedure, ma la fanno le persone che non hanno smesso di pensare, osservare e decidere senza che qualcuno o qualcosa lo faccia al posto loro.

L’iper-protezione è una conquista, ma se diventa l’unico ambiente possibile, rischia di trasformarsi in una zona di comfort collettiva che, generazione dopo generazione, riduce scaltrezza, resilienza e spirito di adattamento. Insomma l'iper-protezione ci rende meno competitivi.

E sono proprio queste qualità che, nei momenti di cambiamento reale, determinano chi resta competitivo e chi resta fermo ad aspettare istruzioni.



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